Il Sud come Bene Comune:
Basilicata come laboratorio di futuro condiviso –Territorio come Bene Comune, cooperazione interregionale, responsabilità verso i giovani – di Rosapia Farese
Introduzione – Nota d’autrice
Questo contributo nasce all’interno di un cammino collettivo, non come riflessione isolata.
È parte integrante del percorso promosso dal Manifesto per l’Umanizzazione della Società, che FareRete Innovazione BeneComune ha elaborato e condiviso come strumento civile, culturale e operativo per rimettere al centro la persona, le relazioni e i territori.
Scrivere di restanza, di Sud e di Basilicata, significa assumere una postura precisa: non descrivere un problema, ma interrogare una responsabilità. Il Manifesto ci ricorda che l’umanizzazione non è un fatto astratto né esclusivamente etico, ma un processo concreto che attraversa i luoghi in cui viviamo, le scelte che compiamo, le politiche che adottiamo, il modo in cui ci prendiamo cura delle fragilità – individuali e collettive.
In questa prospettiva, il territorio non è sfondo neutro, ma Bene Comune da custodire e rigenerare; i giovani non sono una variabile statistica, ma soggetti portatori di futuro; la cura non riguarda solo la salute, ma la qualità delle relazioni, del lavoro, dell’abitare, della partecipazione; la cooperazione prevale sulla competizione come metodo di sviluppo umano e istituzionale.
La Basilicata, assunta in queste pagine come laboratorio di futuro condiviso, incarna in modo emblematico le sfide e le possibilità che il Manifesto indica: contrastare lo spopolamento non solo con incentivi, ma con senso; promuovere sviluppo non come estrazione, ma come cura; generare restanza non come sacrificio, ma come scelta civile condivisa.
Questo testo dialoga dunque con il Manifesto non per illustrarne i contenuti, ma per abitarne i principi:
– l’umanizzazione come criterio delle politiche pubbliche;
– il Bene Comune come orizzonte che integra persona, comunità e ambiente;
– la responsabilità intergenerazionale come fondamento del patto sociale;
– la rete come infrastruttura civile capace di trasformare fragilità in opportunità.
Se il Manifesto è una chiamata all’azione, questo contributo vuole essere una riflessione incarnata, radicata in un territorio specifico ma rivolta a una questione più ampia: come tornare a generare futuro senza separarlo dalla cura dell’umano.
Restare, in questa chiave, non è un gesto difensivo.
È una forma di presenza responsabile.
È una scelta che riguarda tutti.
Restare come scelta che interroga il tempo
Nel nostro tempo, segnato da transizioni rapide e spesso diseguali, il verbo restare sembra aver perso dignità pubblica. È diventato sinonimo di immobilità, di rinuncia, talvolta di fallimento. Nel discorso dominante, il movimento è progresso, la partenza è opportunità, la mobilità è segno di successo. Restare, al contrario, appare come un residuo del passato.
Eppure, proprio oggi, restare può tornare a essere una scelta alta, non difensiva ma generativa. Può diventare un atto civile, nel senso più profondo del termine: una decisione che riguarda non solo la biografia individuale, ma la qualità della vita collettiva, il destino dei territori, il patto tra generazioni.
Nel Sud d’Italia – e in Basilicata in modo particolarmente emblematico – restare non è un gesto neutro. È una scelta che interroga le condizioni materiali, le politiche pubbliche, il modello di sviluppo, ma anche il modo in cui una comunità riconosce valore a se stessa. È qui che la questione meridionale smette di essere una questione economica o amministrativa e diventa una questione civile, che riguarda l’idea stessa di Bene Comune.
Il territorio come Bene Comune vivente
Uno dei nodi centrali del Manifesto dell’Umanizzazione della Società è il riconoscimento del territorio come Bene Comune. Non come semplice supporto fisico, non come risorsa da utilizzare o da abbandonare, ma come sistema vivente fatto di persone, relazioni, ambiente, servizi, lavoro, memoria.
La Basilicata, con la sua natura di regione interna, fragile e insieme resistente, ci obbliga a questa conversione dello sguardo. Qui le criticità sono evidenti: spopolamento, invecchiamento, disuguaglianze di accesso, difficoltà infrastrutturali. Ma proprio per questo, qui è possibile vedere con chiarezza ciò che altrove resta nascosto: le interdipendenze
Quando un territorio si svuota, non perde soltanto abitanti. Perde legami, perde fiducia, perde capacità di futuro. Lo spopolamento non è mai solo demografico: è sociale, culturale, istituzionale. È un processo di disumanizzazione silenziosa, che colpisce in modo particolare le aree interne del Mezzogiorno.
La Basilicata rende visibile questo processo con grande chiarezza. Regione interna, a bassa densità abitativa, con fragilità infrastrutturali e servizi spesso discontinui, essa rappresenta una sorta di cartina di tornasole delle contraddizioni del nostro modello di sviluppo. Ma proprio per questo può diventare laboratorio di una visione alternativa, in cui il territorio viene pensato non come periferia da compensare, ma come luogo generativo da rigenerare.
Umanizzare il territorio significa prendersene cura in modo integrale: garantire diritti essenziali, valorizzare il capitale umano, proteggere l’ambiente, promuovere lavoro dignitoso, sostenere comunità capaci di partecipazione.
Basilicata come laboratorio di futuro condiviso
Nel linguaggio della pianificazione si parla spesso di “aree pilota”.
Noi preferiamo parlare di laboratori civili.
La Basilicata, per dimensione e complessità, consente di sperimentare modelli integrati di sviluppo umano:
modelli in cui salute, lavoro, ambiente, educazione e welfare non siano ambiti separati, ma parti di un unico ecosistema.
Qui è possibile:
- ripensare la salute come Bene Comune, superando le disuguaglianze territoriali e valorizzando prossimità, prevenzione, innovazione sociale;
- promuovere un lavoro radicato, che non estragga valore dal territorio ma lo rigeneri;
- investire in educazione e formazione come strumenti di cittadinanza attiva, non come biglietti di sola andata;
- considerare l’ambiente non come vincolo ma come infrastruttura vitale.
La scala umana della Basilicata non è un limite: è una condizione favorevole alla sperimentazione responsabile.
Il Manifesto dell’Umanizzazione della Società insiste su un punto decisivo: l’umanizzazione non si realizza per enunciazione, ma attraverso processi concreti, sperimentabili e valutabili. In questo senso, la Basilicata può essere letta come un laboratorio di futuro condiviso.
La sua scala ridotta, la densità delle criticità, la prossimità tra istituzioni e cittadini rendono possibile ciò che altrove appare più complesso: una governance della prossimità, capace di leggere i bisogni reali e di attivare risposte integrate.
Qui salute, lavoro, ambiente, educazione e welfare non possono essere pensati come ambiti separati. Ogni scelta in uno di questi settori produce effetti sugli altri. La sanità incide sulla coesione sociale, il lavoro sulla possibilità di restare, l’educazione sulla qualità della cittadinanza, l’ambiente sulla sicurezza e sul benessere collettivo.
La Basilicata, proprio perché fragile, costringe a tenere insieme queste dimensioni. Ed è in questa necessità che si intravede una possibilità: sperimentare un modello di sviluppo umanizzante, fondato non sull’estrazione di valore, ma sulla cura del vivente.
Cooperare invece di competere: il Sud come sistema relazionale
Una delle eredità più pesanti che il Mezzogiorno porta con sé è la frammentazione. Regioni che competono tra loro per risorse scarse, territori che si percepiscono come rivali, politiche che procedono in parallelo senza integrarsi. Questa logica competitiva, spesso importata da modelli estranei alla storia e alla struttura del Sud, ha prodotto più indebolimento che sviluppo.
Il Manifesto dell’Umanizzazione della Società propone un ribaltamento radicale: cooperare invece di competere, riconoscendo che il Bene Comune nasce dalla relazione, non dalla contrapposizione. In questa chiave, il Sud può essere pensato non come somma di regioni in affanno, ma come sistema relazionale, capace di mettere in comune fragilità e potenzialità.
Basilicata, Puglia, Calabria e Campania condividono sfide strutturali: spopolamento, disuguaglianze di accesso ai servizi, fragilità ambientali, difficoltà infrastrutturali. Ma condividono anche risorse complementari, patrimoni naturali e culturali, competenze diffuse, esperienze di resilienza comunitaria. Si Condividono fragilità strutturali e potenzialità complementari.
Metterle in dialogo significa integrare invece di frammentare, costruire reti invece di confini.
È questa la logica che FareRete BeneComune, promuove da anni: fare rete non come slogan, ma come metodo di lavoro, come infrastruttura civile capace di generare valore per tutti – cittadini, istituzioni, comunità locali.
La cooperazione interregionale, in questo senso, non è un artificio istituzionale, ma una necessità strutturale, se si vuole affrontare in modo serio e duraturo le questioni meridionali.
La cooperazione interregionale alla luce dei principi del Manifesto dell’Umanizzazione della Società
Alla luce dei principi del Manifesto, la cooperazione interregionale tra Basilicata, Puglia, Calabria e Campania può essere letta come una traduzione concreta dell’umanizzazione nelle politiche pubbliche. Non un livello aggiuntivo di governance, ma un modo diverso di esercitare le competenze esistenti.
Centralità della persona e delle comunità
Il Manifesto afferma che ogni politica deve essere valutata in base al suo impatto sulla vita reale delle persone. Molte delle grandi questioni meridionali – sanità, mobilità, accesso ai servizi, sicurezza ambientale – non possono essere affrontate efficacemente entro confini amministrativi rigidi.
La cooperazione interregionale risponde a questo principio perché mira a ridurre le disuguaglianze territoriali, riconoscendo che i diritti di cittadinanza non possono variare drasticamente a pochi chilometri di distanza.
Territorio come Bene Comune sovraregionale
La gestione delle risorse idriche è un esempio emblematico. I bacini idrografici attraversano più regioni, e le scelte compiute a monte hanno ricadute dirette a valle. L’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale rappresenta già uno spazio di cooperazione obbligata tra Basilicata, Puglia, Calabria e Campania.
Qui il territorio appare con chiarezza come Bene Comune sovraregionale, che richiede tutela condivisa, prevenzione del rischio idrogeologico, valorizzazione sostenibile delle risorse. È una cooperazione che non nasce da un ideale astratto, ma dalla realtà fisica dei luoghi.
Cura come paradigma delle politiche
Sanità e welfare costituiscono un altro ambito in cui la cooperazione interregionale incarna il principio di cura promosso dal Manifesto. La salute, intesa come Bene Comune, non può essere garantita efficacemente se le regioni agiscono in isolamento, soprattutto in territori caratterizzati da mobilità sanitaria e disuguaglianze di accesso.
I tavoli di confronto interregionale, gli scambi di buone pratiche, i tentativi di armonizzazione delle politiche sociali rappresentano passi concreti verso una sanità più equa e umanizzata, capace di mettere al centro la persona e non il mero equilibrio di bilancio.
Superamento della frammentazione
Il Manifesto richiama esplicitamente il superamento della frammentazione istituzionale e sociale. La cooperazione interregionale risponde a questo principio trasformando la contiguità geografica in responsabilità condivisa.
Nel campo della programmazione e dei fondi europei (POR), ad esempio, le regioni del Sud possono passare da una logica di parallelismo a una visione integrata, condividendo strategie, progetti e obiettivi, soprattutto su aree di confine e aree interne.
Responsabilità intergenerazionale e giovani
Ogni scelta che riguarda risorse naturali, infrastrutture, sanità e sviluppo territoriale incide direttamente sul futuro delle nuove generazioni. La cooperazione interregionale rende visibile questa responsabilità intergenerazionale, creando condizioni più favorevoli affinché i giovani possano restare, tornare, progettare.
In questa prospettiva, la restanza non è un dovere morale imposto ai giovani, ma una possibilità concreta resa tale da politiche umanizzanti, capaci di offrire lavoro dignitoso, servizi di qualità, mobilità, partecipazione.
La rete come infrastruttura civile
Infine, la cooperazione interregionale incarna il principio fondativo di FareRete Innovazione BeneComune: la rete come infrastruttura civile. Seminari interregionali, documenti strategici condivisi, tavoli di confronto non sono episodi isolati, ma i nodi di una governance collaborativa che può diventare strutturale.
Sviluppo economico, trasporti e mobilità: cooperare per generare futuro
Accanto a sanità, ambiente e fondi europei, lo sviluppo economico e i trasporti rappresentano ambiti naturali di cooperazione. Basilicata, Puglia, Calabria e Campania non sono territori omogenei, ma complementari. Turismo sostenibile, filiere agroalimentari, aree interne, zone costiere e retroterra possono essere valorizzati solo attraverso strategie integrate.
La mobilità, in particolare, non è solo una questione infrastrutturale, ma un diritto di cittadinanza. Migliorare le connessioni tra regioni confinanti significa ampliare l’accesso ai servizi, al lavoro, alla formazione, rafforzando l’integrazione economica e sociale.
Giovani e restanza: un patto da ricostruire
Il Manifesto dell’Umanizzazione della Società dedica un’attenzione centrale ai giovani perché riconosce in essi non una categoria da “trattenere”, ma soggetti di futuro, portatori di visione, competenze, desiderio di senso. Parlare di restanza senza parlare dei giovani significherebbe eludere il cuore della questione: non dove vanno i giovani, ma perché partono e a quali condizioni potrebbero scegliere di restare o tornare.
Ai giovani non si può chiedere di restare in nome dell’identità, dell’appartenenza o della fedeltà al territorio. La restanza non è un dovere morale, né una prova di resistenza. Diventa possibile solo quando esiste un patto di fiducia credibile tra territori e generazioni, fondato su opportunità reali, diritti garantiti, possibilità di progettare una vita dignitosa.
In questa direzione, la cooperazione interregionale può diventare una leva decisiva, se orientata a azioni condivise che mettano al centro la qualità della vita dei giovani. Il Manifesto e l’esperienza di FareRete Innovazione BeneComune indicano alcune direttrici fondamentali.
Anzitutto, l’accesso equo alle opportunità. La cooperazione tra regioni confinanti può favorire politiche coordinate su formazione, lavoro e innovazione sociale, evitando che le differenze territoriali diventino barriere insormontabili. Percorsi interregionali di formazione, tirocini di qualità, sostegno all’imprenditoria giovanile e alle economie locali possono offrire alternative concrete alla migrazione forzata.
In secondo luogo, la costruzione di spazi di partecipazione reale. I giovani non chiedono solo lavoro, ma riconoscimento e voce. Tavoli interregionali tematici, laboratori territoriali, processi di co-progettazione – come quelli promossi da FareRete – consentono ai giovani di essere coinvolti non come destinatari passivi, ma come co-autori delle politiche che li riguardano, rafforzando il senso di appartenenza e di responsabilità civica.
Un terzo ambito riguarda la cura del contesto di vita. Restare è possibile solo in territori abitabili: con servizi accessibili, mobilità funzionante, welfare di prossimità, attenzione alla salute mentale, spazi culturali e sociali. Qui la cooperazione interregionale in sanità, welfare e trasporti incide direttamente sulla qualità della restanza, rendendo i territori meno isolati e più connessi.
FareRete Innovazione BeneComune insiste inoltre su un punto spesso trascurato: la dimensione relazionale del lavoro. Non basta creare occupazione, se questa è precaria, isolata, priva di senso. Occorre promuovere modelli di lavoro dignitoso, legati ai territori, capaci di coniugare innovazione, sostenibilità e cura del Bene Comune. Le reti interregionali possono favorire filiere responsabili, economie locali, esperienze di impresa sociale e cooperativa che parlino il linguaggio delle nuove generazioni.
Infine, la restanza riguarda anche la possibilità di tornare. Molti giovani partono per studiare o lavorare, ma restano legati ai territori di origine. Politiche coordinate di rientro, riconoscimento delle competenze acquisite, valorizzazione dei “ponti” tra dentro e fuori possono trasformare la mobilità in risorsa e non in perdita definitiva.
In questa prospettiva, ogni giovane che resta – o che torna – non è un’eccezione da celebrare, ma il segnale che un territorio ha saputo prendersi cura del proprio futuro. La restanza diventa allora il risultato di una scelta collettiva, di politiche umanizzanti e di una cooperazione interregionale capace di generare fiducia, possibilità e senso.
Restare, per i giovani, non è fermarsi.
È poter scegliere.
Conclusione – Restare come atto di responsabilità condivisa
Restare, alla luce del Manifesto dell’Umanizzazione della Società, non è un gesto difensivo. È un atto di responsabilità verso il Bene Comune, un modo concreto di abitare il proprio tempo e il proprio territorio.
La Basilicata, assunta come laboratorio di futuro condiviso, mostra che l’umanizzazione non è un’utopia astratta, ma un criterio operativo capace di orientare politiche, progettualità, alleanze. La cooperazione interregionale tra Basilicata, Puglia, Calabria e Campania non è solo una necessità tecnica, ma una scelta di civiltà.
Quando restare diventa un atto civile, il Sud smette di essere periferia e torna a essere luogo generativo di umanità, democrazia e futuro.
Bibliografia
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Manifesti, documenti e pratiche civili:
– IL MANIFESTO DELL’UMANIZZAZIONE DELLA SOCIATA’-https://www.fareretebenecomune.it/raccolta-firme-manifesto-umanizzazione-societa/
- Manifesto dell’Umanizzazione della Società, FareRete Innovazione BeneComune APS, 2025.
- FareRete Innovazione BeneComune APS, Documenti programmatici e progetti su Bene Comune, salute, territori, giovani (2015–2025).
- Papa Francesco (2015), Laudato si’, Libreria Editrice Vaticana.
- Papa Francesco (2020), Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana.
Nota editoriale
I riferimenti elencati costituiscono il quadro culturale, etico e operativo entro cui si colloca il contributo, senza pretesa di esaustività, ma come orizzonte condiviso di pensiero e azione sul Bene Comune, l’umanizzazione della società e la responsabilità verso i territori e le giovani generazioni.
Rosapia Farese (Roma, 1947), autrice e saggista, è Presidente e co-fondatrice dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS**. Con un percorso che intreccia impresa, ricerca sociale e impegno civile, promuove progetti nazionali su salute, ambiente, educazione e lavoro. Autrice di numerosi articoli e contributi culturali, porta avanti una visione di umanesimo civile che unisce etica, responsabilità e innovazione sociale per costruire una società più giusta e sostenibile.
(**) L“Associazione FareRete – Innovazione Il Bene Comune – Il Benessere e la Salute in un Mondo Aperto a Tutti – Michele Corsaro” – Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale ha sede in Roma “c/o Studio Catallozzi” – Via Bevagna 96 00191 Roma ”sede operativa Via Anagnina. 354 – 00118 Roma. I suoi riferimenti sono: E-mail: fareretebenecomune@gmail.com e sito ufficiale: www.fareretebenecomune.it


